Il 10 dicembre 2019 è una data che non scorderemo molto facilmente. È stato il giorno in cui abbiamo avuto la fortuna di passare alcune ore con la leggenda, con il numero 1, con uno dei primi tre giocatori che ha avuto l’onore di entrare nella hall of fame dell’Hockey Club Lugano. In altre parole, con Alfio Molina.

Grazie al nostro amico Hans Leimgruber abbiamo avuto la possibilità di entrare in contatto con lo storico numero 1 bianconero e non ci siamo fatti scappare l’occasione di fissare un incontro.

Proprio in questo tipo di incontri ci rendiamo tuttavia conto di non essere giornalisti. Ci eravamo preparati una lunga lista di domande ma poi una volta arrivati a casa Molina – anche grazie alla disponibilità e simpatia di Alfio – l’intervista si è ben presto trasformata in una piacevole conversazione, rigorosamente in dialetto, senza alcuno schema preciso. Alla faccia di tutti gli appunti che avevamo preparato.

Una conversazione durante la quale abbiamo avuto la fortuna di conoscere una persona vera, senza peli sulla lingua, disponibile. Ed una persona che ne ha mille, e più, da raccontare.

Come i suoi inizi. Ha iniziato a giocare ad hockey su ghiaccio relativamente tardi “sono cresciuto praticando ginnastica artistica, ed ero dunque abituato agli sport individuali. Per me fare il portiere era un pò come praticare uno sport individuale nel contesto di uno sport di squadra.”

Prima di diventare una leggenda tra i pali tuttavia, Alfio Molina era un giocatore di movimento. Ha fatto il suo debutto se così vogliamo dire “ufficiale” con la selezione Ticino in un torneo a Ginevra. Alfio iniziava le partite come giocatore di movimento ma poi giocava l’ultima parte di esse tra i pali. Tra i pali ha fatto sin da subito molto bene e si è dunque trasformato da giocatore a portiere.

Fare il portiere ai tempi non era certo una cosa che le mamme avrebbero voluto facessero i loro figli. Del resto pure l’ex portiere di NHL Bernie Parent una volta disse che non devi essere matto per essere un portiere… ma aiuta. La pensa così anche Alfio Molina?

Non l’ho mai pensata realmente così. Poi chiaro le protezioni erano diverse, basti pensare alla maschera. Al giorno d’oggi non credo ci siano portieri con molti punti di sutura in faccia. Ai miei tempi per contro era la normalità. E pure la maschera per alcuni, ad un certo punto, era vista male. Basti pensare che Jacques Plante era stato definito un traditore per il fatto che era stato il primo portiere a portare la maschera sul viso. Una maschera sulla quale, tra l’altro, aveva disegnato tutti i punti di sutura che aveva sulla faccia sotto la maschera. Erano circa 160”.

Sono discorsi impensabili al giorno d’oggi. Nel bene e nel male.

Anche se, va detto, c’è un portiere “moderno” che ha provato l’ebbrezza di giocare con le protezioni di una volta. È stato Elvis Merzlikins, il quale ha scambiato materiale con Alfio Molina e si è messo tra i pali per un servizio andato in onda alla RSI. Alfio ha aggiunto che “Elvis ad un certo punto ha ricevuto un disco sulla maschera, era un tiro scagliato da un bambino ma sufficiente per far dire ad Elvis che fa male!

E dire che ad Alfio è pure capitato di giocare senza maschera. È successo in un’occasione durante i Campionati del Mondo… “mi ero infortunato al volto una mattina e dovevo giocare il giorno dopo. Ho provato a mettere della gomma piuma sotto la maschera ma mi dava fastidio così ho usato un casco senza maschera ed ho usato un paradenti per proteggermi”. Una follia? Forse, ma Alfio ha pure voluto sottolineare sorridendo che “ho scoperto che si gioca pure meglio senza maschera, migliora di parecchio la concentrazione. Infatti, devi concentrarti sia per parare i tiri che per evitare di farti male!”.

Ma Alfio, non ha mai avuto paura? “Paura no, direi proprio di no. Anche una volta ai Campionati del Mondo mi è capitato di assistere all’allenamento della Russia. Ai tempi i russi erano inarrivabili per noi, erano di un altro livello. Quei giocatori scagliavano dei tiri di una potenza incredibile. Si sentiva il rumore dei dischi che cozzavano contro le balaustre ancora in legno e insomma… in quei momenti ti rendi conto che sarai tu tra i pali quando iniziano le partite!

Sono certamente bei ricordi di questo personaggio.

Un personaggio che dunque, per tornare all’inizio, dopo quell’esperienza con la selezione Ticino a Ginevra, si è trasformato definitivamente in un portiere. Un portiere che, parole sue, tra i pali era sempre estremamente tranquillo. Ed un portiere che, tra le squadre di club, ha sempre e solo giocato con l’Hockey Club Lugano.

Ho iniziato tra gli juniori del Lugano dove ho giocato un solo anno e sole alcune partite in un torneo a Rapperswil, e poi dal 1963-64 sono passato in prima squadra quando era in prima lega. La prima partita ufficiale con la prima squadra dell’Hockey Club Lugano me la ricordo bene, era stata a Lucerna nell’ambito della Coppa Svizzera. Una partita vinta. Ho avuto comunque pure un pò di fortuna per guadagnarmi subito il posto nonostante la giovane età. Ai tempi a Lugano c’era un portiere Svizzero Tedesco ma le circostanze hanno voluto che ha lasciato il club e pertanto, a 15 anni, mi sono ritrovato titolare della prima squadra”.

È in quel momento che è iniziata la leggenda di Alfio Molina.

Alfio ha scritto pagine di storia del club. Ha contribuito a due promozioni dalla LNB alla LNA. Ed ha pure vinto con il club due titoli di Campione Svizzero. Titoli comunque per lui pure un pò “agrodolci”, perché ci ha tenuto a sottolineare che “non ero titolare e pertanto non era proprio la stessa cosa. Insomma, sei parte della squadra ma non contribuisci in tutto e per tutto al successo”.

Parole da uomo di grande personalità.

Si è comunque così arrivati alla sua ultima partita. Se la ricorda ancora bene Alfio “avevo 39 anni, era l’ultima partita di regular season a Kloten. Noi e gli aviatori ci giocavamo il primo posto in classifica e John Slettvoll mi schierò tra i pali. Vincemmo la partita!

In quella partita Alfio Molina incassò una evitabile rete dalla blu. E pur se fece parecchie buone parate, si ricorda ancora di quello che gli disse John Slettvoll “se prendevi un gol in uno dei tiri ravvicinati nessuno ci avrebbe fatto caso, invece quel tiro dalla blu dovevi prenderlo”.

Ed è stata l’ultima simpatica “lezione” ricevuta. Che però porta Alfio Molina a fare una considerazione “paradossalmente i tiri più difficili sono più facili da parare, quando invece i tiri sono all’apparenza facili si tende ad andare con leggerezza”.

Tra quella prima e quell’ultima partita i momenti magici non sono mancati. Alfio ha vestito la maglia dell’Hockey Club Lugano per 24 stagioni – record nella storia del club – ed ha rappresentato fino a poco prima dei 30 anni la nazionale Svizzera. Anche alle Olimpiadi di Sapporo 1972 e Innsbruck 1976. Due esperienze indimenticabili.

La maglia della nazionale è sempre stato un orgoglio per Alfio Molina, e ci ha tenuto a sottolinearlo.

E con la maglia della nazionale ha pure vissuto, tra un giorno e l’altro, due momenti indimenticabili. Se vogliamo due momenti leggendari.

Erano i Campionati del Mondo 1972 quando, contro la Russia, fui il migliore in pista nonostante le 12 rete subite. I russi avevano scagliato 105 tiri in porta! E dire che fino alla seconda pausa il risultato era tirato. Poi però nel terzo tempo non c’è stato nulla da fare. Noi siamo crollati e la Russia ha aumentato il suo livello di gioco. C’erano russi che mi passavano davanti da tutte le parti negli ultimi 20 minuti. Ai tempi si cambiava ancora pista a metà del terzo tempo… al cambio pista avevo incrociato un compagno di squadra in mezzo al campo che mi ha mostrato le sue dita, chiedendomi quante fossero per vedere se riuscivo ancora a contare o se ero in stato confusionale!

È stata dunque quella la sua partita indimenticabile? No, quella è arrivata il giorno successivo.

Avevo dormito poco quella notte, ancora sognavo i russi che spuntavano da tutte le parti. Dovevamo affrontare la Finlandia ed io quel mattino mi sono svegliato in ritardo. Poi però la sera abbiamo vinto. E quella vittoria è stata storica. Alla TV, durante i Campionati del Mondo del 2018 quando la Svizzera ha vinto contro la Finlandia nei quarti di finale, ho sentito che era da oltre 40 anni che non si vinceva contro i finlandesi. Ho fatto due calcoli ed ho pensato che ero in porta io quel giorno del 1972!

Erano davvero altri tempi. Tempi più “spontanei” se vogliamo. Se parliamo di hockey del presente e del passato, Alfio Molina ha sottolineato che “dell’hockey del passato mi piaceva di più la fantasia e la libertà che si lasciava ai giocatori, oggi è tutto fin troppo organizzato. Dell’hockey del presente invece, mi piace molto la velocità del gioco e di esecuzione”.

Anche il ruolo del portiere è cambiato. Se oggi si parla tanto di bloccare tiri… quando Alfio Molina era in porta preferiva invece avere la visuale libera e gridava ai suoi compagni di spostarsi dalla traiettoria di tiro. Quello che non è cambiato è invece il lato provocazioni. Sentite… “durante i derby per esempio Cipriano Celio si piazzava davanti a me ed io lo colpivo leggermente dietro il ginocchio con il bastone per infastidirlo. Lui si girava e mi diceva “taca mia eh!”… però poi si spostava ed io avevo dunque guadagnato quel metro di spazio!“.

Momenti divertenti, a pensarci oggi.

Ai suoi tempi ad ogni modo, succedevano cose che oggi – per noi umani… – sono praticamente inimmagiabili. Alfio ci ha raccontato moltissimi fantastici aneddoti del passato relativi alla vita dentro e fuori dal ghiaccio.

Dal signore che vendeva bevande alla Resega ancora scoperta. Ai personaggi indimenticabili nella vita di spogliatoio – dove non c’era musica ma si parlava di più – come il massaggiatore della squadra “era sempre nervoso, specialmente quando c’erano i derby. Prima della partita magari lo si inzigava, gli si diceva che avremmo perso contro l’Ambrì-Piotta per 5-2 e si agitatva ancora di più. Lo si vedeva camminare dentro e fuori dagli spogliatoi, attorno alla pista… non stava fermo, non riusciva nemmeno a mirare la zolletta di zucchero per versarci le gocce di Carmol!

Storie da derby. Già, derby. Partite che in Ticino sono sempre particolari. Derby che comunque, ai tempi, erano un pò diversi. “Se ne giocavano meno ed era meglio, già tre settimane prima la gente correva per accaparrarsi i biglietti. C’era grandissima attesa. Era anche il derby del pubblico, i tifosi seguivano maggiormente le emozioni che nascevano sul ghiaccio. In pista poi, si parlava pure in dialetto!

C’era forse insomma, se vogliamo, una grandissima rivalità ma maggior rispetto. A tal riguardo, Alfio ci ha raccontato un aneddoto molto curioso relativo ad un post-derby giocato in Leventina.

Durante un derby in trasferta mi ero fatto male e dopo la partita ero entrato in un bar di Ambrì per bere qualcosa di caldo. Il giorno dopo sono rimasto a casa da lavoro ed ho ricevuto una telefonata di una signora che mi chiedeva come stavo. Era la signora che mi aveva servito il thé la sera precedente dopo la partita! Ed era, tra l’altro, la moglie di un ex giocatore dell’Ambrì-Piotta. Nessuno per contro tra la dirigenza del Lugano mi aveva chiesto come stavo il giorno seguente...”

Una bella storia. Ma francamente, c’è mai stata la possibilità per Alfio Molina di cambiare squadra? Magari proprio di trasferirsi ad Ambrì?

Non è segreto che ad Ambrì mi volevano e se ne è parlato. Ma il presidente del Lugano dei tempi mi aveva detto chiaramente che non se ne sarebbe fatto nulla. Mi diceva, la vedi la pista? Ecco, nemmeno se la riempiono tutta con banconote da 1’000 franchi ti lascio partire!

Va anche detto che, negli anni ’70/’80, trasferirsi non era così semplice.

Oggi si firma un contratto e si parte. Ai tempi invece si lavorava pure oltre a giocare ad hockey. Quindi un trasferimento implicava anche un cambio di lavoro. Ai giocatori non doveva venire offerta unicamente la possibilità di giocare a hockey ma anche un posto di lavoro. Con tutti i pro ed i contro del caso. Ero in contatto pure con il La Chaux-de-Fonds dei tempi d’oro ma non se ne fece nulla. Io da sempre lavoravo per il comune di Lugano. Lugano era la mia città. Stavo bene.”

Non si era insomma, professionisti sportivi come oggi “io ho fatto il professionista per 4 mesi, con la Nazionale. Avevano chiesto chi poteva prendere congedo per alcuni mesi da lavoro ed io ho avuto questa opportunità. Era tutta un’altra vita, ci si allenava e ci si poteva riposare.”

E chissà come avrebbe potuto essere la sua vita se quando ad un Campionato del Mondo avesse fatto una certa telefonata… “Parlai con un giornalista dilettante che tramite il suo lavoro in banca aveva contatti con gente di Montreal. Mi aveva dato un numero da contattare per fare un campo di allenamento ed avvicinarmi al mondo NHL. Ma per come ero fatto io… cioé, dovevo chiamare io per fare una prova? Non era il mio carattere e quella chiamata non l’ho mai fatta!

Storie davvero di altri tempi. Con ulteriori aneddoti che fanno capire che personaggio era Alfio Molina. Un ragazzo che amava la schiettezza e che se la prendeva pure se non era titolare “una volta mi hanno detto che non avrei giocato, sono tornato a casa, ho cenato ed ero pronto per passare la serata in casa. Mi hanno poi chiamato dicendomi che avrei dovuto invece giocare… ed in fretta e furia mi sono recato alla Resega!

Già, la Resega. Per finire, la sua vera casa. Una “casa” dove ancora oggi si reca regolarmente per seguire il suo Hockey Club Lugano. “Mi sento ancora riconosciuto, e mi fa molto piacere. Anche i ragazzini mi riconoscono, perché i padri hanno tramandato ai figli chi sono io.

Davvero una bellissima cosa.

Ma cos’è, davvero, l’Hockey Club Lugano per Alfio Molina? “È tutto, è la squadra della mia città a cui sono legato. Il Lugano mi ha cambiato la vita. Da ragazzino ero molto timido e schivo. Senza l’hockey non so come sarei diventato. Forse una persona chiusa.

Ed invece è diventato una Leggenda, con la L maiuscola.

Si conclude così il nostro piacevole pomeriggio passato con Alfio. Al quale abbiamo comunque voluto porre un’ultimissima domanda. Oggi, lo faresti ancora il portiere? ““, ci ha risposto con convinzione. Ma lo faresti come oggi o come ai tuoi tempi? “Come ai miei tempi, ovviamente!

Quest’ultima frase, dice tutto 🙂

Grazie mille, Alfio Molina, per il tempo che ci hai dedicato. È stato davvero un onore!

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